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Lunedì, 05 Giugno 2017 14:29

Immissioni in mare?

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In un recente incontro svoltosi a Cesenatico la FIOPS (Federazione Italiana Operatori Pesca Sportiva) ha confermato la proposta  di una strategia di intervento per la pesca ricreativa in mare attraverso immissioni.

Se nelle acque interne il problema riguarda le specie alloctone, ecco servito il gioco di prestigio di applicare il modello di gestione tramite immissioni in mare. Un'idea di per sé eccentrica il cui difetto principale è di cercare improbabili strade alternative a quella di una buona gestione degli stock selvatici che sono ampiamente in grado di dare eccellente pesca (e ottimi affari) se adeguatamente gestiti. Un’idea tutt’altro che nuova, candidamente presentata come tale e perciò capace di acquistare un fascino dadaista a suo modo geniale. Se ci sono pochi pesci basta immetterne altri. Davvero così facile?  E anche se lo fosse, davvero sarebbe quello che vogliamo? Non basta quello che già è accaduto seguendo questo metodo per capire che i pescatori che possono crederci sono sempre meno e che è stato proprio questo approccio a penalizzare pesantemente il comparto economico sul lungo periodo?

Nell' "incontro... tra il direttore della FIOPS -  Francesco Ruscelli il presidente dell'Api - associazione piscicoltori italiani Pier Antonio Salvador ed il famoso ittiologo professor Paolo Melotti" quello che si sente proporre come innovazione è quindi, in una situazione che ha urgente bisogno di interventi normativi e gestionali,  "la costruzione di un piano operativo comune tra gli operatori del settore della pesca sportiva e ricreativa e gli ittiocultori italiani per l'implementazione degli stock ittici nei nostri mari." dove è evidente che il termine implementazione  non possa significare altro che immissione di materiale ittico.

Quella della pesca ricreativa nelle acque interne  italiane  è storia ben nota. Passati dal bisogno di mangiare qualcosa ad avere tempo libero e soldi per divertirsi, pescare è diventato uno "sport". Ma la cultura non si cambia dall'oggi al domani. Un'orda di pescatori della domenica ha potuto godere di acque ancora in buone o ottime condizioni fino a che non è arrivato un progressivo ed inarrestabile degrado. Tanto inquinamento certo, industriale, civile, agricolo e poi regimazioni, sezioni trapezoidali, captazioni, centraline,  lavori in alveo. Un argomento valido fino a quando non si cerca di nasconderci dietro il fatto che l'evoluzione dalla pesca di sussitenza a quella sportiva si è portata dietro un istinto irrefrenabile a fare cestino. Sono stati anni d'oro, quelli dei chili di bigattini e delle nasse stracolme, delle foto dei pesci da trofeo sul lavandino della cucina. E' stata una vera manna per tutte le aziende coinvolte che si sono formate su questo modello di pesca, che prevede di basarsi sull'utenza (sulla domanda di pesca che porta vendita di attrezzature) e adattare ad essa la disponibilità di risorse, perché gli affari sono affari. L'affare quindi è lievitato con il meccanismo delle immissioni, i cosiddetti ripopolamenti, che hanno allo stesso tempo permesso di surrogare il calo di risorse naturali e diffuso in tutta la penisola varie specie ittiche aliene infestanti.

La conseguente  crescita della popolarità dei bacini di pesca privati che rappresentano uno dei poli di un approccio che all'altro lato ha le riserve di pesca in ambienti naturali ne è conferma. In entrambi i casi, rispondendo alle diverse sensibilità dei pescatori, basta avere dell'acqua per metterci dei pesci e far divertire i pescatori. Ed ecco raggiunto l'obiettivo di fare della pesca una cosa completamente diversa da quello che era in origine e da quello che ad una riflessione pacata tutti o quasi i pescatori vorrebbero. Chi ne ha la possibilità va a cercarlo all'altro capo del mondo in qualche luogo ancora poco sfruttato, per tutti gli altri c'è sempre meno scelta ed è facile prevedere che la riserva riempita di pesci attragga più di acque naturali completamente degradate che nessuno in pratica si occupa di gestire. Si potrebbe anche considerare che è proprio grazie al degrado generale delle zone di pesca “libere” che  hanno molta fortuna quelle che offrono una pescosità “aumentata” ovvero, in altre parole, la maggiore risposta che il comparto è riuscito a dare al degrado delle zone di pesca è fare piccoli recinti con dentro tanti pesci. Probabile che non sia altrettanto facile in mare ma di certo l’idea di estendervi un metodo simile a quello per tanto tempo sperimentato in acque interne avrà una sua articolazione tecnica.

Tutti i nodi arrivano al pettine e per non subire un tracollo chi ne fa economia dovrebbe saper guardare avanti. Invece si è insistito perché, tanto più in tempi di crisi, quello che conta è il risultato a breve termine, continuare a fare cassa cercando di conservare un mercato già attivo, rallentandone con vari espedienti il dissolvimento.
La pesca agonistica degli anni '70 lascia ancora un deposito culturale profondo, ormai depotenziato ma sempre capace di trattenere il settore da una piena evoluzione.   
Vari decenni di appelli a tenere conto di una deriva evidente non hanno prodotto nessuna risposta positiva. Alla diminuzione di disponibilità di pesci si è risposto invariabilmente, in aggiunta o in alternativa alle immissioni, con una specializzazione delle attrezzature per poter raschiare il fondo del barile.

La pesca assistita, quella nella quale il valore centrale è l'abbondanza di pesci che viene mantenuta con le immissioni, è ancora la realtà di una fetta importante della pesca ricreativa italiana.
Mezzo secolo di adesione ad un modello che oggi viene indicato tra le principali cause del degrado delle nostre acque interne lascia la sua traccia e quando nelle acque interne le sentenze dello Stato (che continuano a confermare il divieto di immettere alloctoni) rischiano di innescare un effetto domino tale da annullare un intero comparto ricreativo, constatato che il gioco è finito, cos'altro fare se non riproporlo per il mare?

Basta una riflessione sul contesto ambientale per capire il non sense ma quello che spicca è l’ambiguo candore del riproporre il modello perdente, per di più dove si capisce subito che servirebbe principalmente a dissipare risorse economiche e politiche. Probabile che manchino le idee o che si ritenga che ci possa ancora essere un utile a breve termine, mentre i  veri problemi di gestione sembrano fuori portata e nel migliore dei casi lontani da una possibile soluzione i cui risultati si possano riscontrare in cassa.
Per non rischiare parzialità possiamo assumere un argomento immissioni in mare come utile solo dopo che il contesto sia correttamente valutato, mentre ad oggi non ci sono iniziative programmate  per la valutazione degli stock costieri di maggiore interesse ricreativo e questa forse dovrebbe essere la prima battaglia da combattere. Allo stesso modo, la prima risposta alla conferma di un degrado per noi già evidente, dovrebbe essere una politica di tutela che protegga la riproduzione naturale. In ultima istanza le immissioni da avanotteria, adottate in alcuni casi anche in altri paesi (ad esempio nel Baltico per le trote di mare), potrebbero avere il solo senso di un misura temporanea da adottare, contemporaneamente a restrizioni alla pesca,  per sostenere la ricostituzione di uno stock selvatico degradato per eccessivo sfruttamento. Potrebbe ad esempio servire dove determinati modelli di acquacoltura estensiva sono basati sulla rimonta dei pesci mare in lagune dove vengono reclusi contribuento fortemente alla progressiva decimazione degli stock dell’area costiera di riferimento.  Certamente la attuale pratica delle immissioni nelle acque interne suggerisce che il senso della proposta FIOPS sia molto diverso e corrispondente a quello delle immissioni nei nostri fiumi che non rientrano in una pianificazione ad esaurimento per il ristabilimento di un equilibrio tra produttività delle acque e pressione di pesca. .
Il contributo dell'acquacoltura della spigola e dell'orata già dovrebbero essere di grande supporto alla pesca sotto costa sostenendo molta della filiera commerciale di due specie di riferimento per la pesca ricreativa, specie i cui stock sono, incredibilmente, ancora assenti dalla lista di quelli oggetto di valutazione, nonostante interessino la prima fascia costiera che è  area estremamente sensibile e la più soggetta al peso antropico. Fatto sta che la necessità di misure  di drastica tutela finalizzate a ricostituire le risorse a tutto vantaggio della pesca trovano immediato contrasto da parte di tutte le categorie di pescatori:  alcuni rappresentanti dei pescatori  non commerciali, nella fattispecie FIOPS,  con la proposta di sostenere la pesca con le immissioni e i pescatori commerciali che rifiutano la logica del fatto che un regime restrittivo (spazio temporale, piuttosto che un regime di quote) potrebbe molto facilmente aumentare le loro catture delle stesse specie.

Il ritardo che abbiamo rispetto allo stato delle risorse ed alle politiche di gestione sembra diventare incolmabile ed è sempre la stessa componente del settore  che oggi suggerisce soluzioni estemporanee avendo  a lungo ignorato il fatto che per far continuare gli affari occorreva tutelare le risorse. La stessa componente che  è  stata pienamente partecipe del modello di gestione che ci ha portato fin qui.
 
La questione di fondo resta banalmente politica e se la deve vedere con un contesto profondamente mutato: rispondere al mercato incentivandone passivamente le tendenze e rappresentare il settore solo per come è attualmente, oppure operare per dargli un futuro solido indirizzandone l'evoluzione? Vedere insistenza sulla prima opzione che ha avuto campo libero, con pessimi risultati, per più di mezzo secolo, non incoraggia, ma assomiglia sempre più  ad uno spasmo post mortem.

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