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Sabato, 18 Marzo 2017 20:06

Nessuna altra licenza.

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Con la ripresa della proposta di legge per il settore ittico la pesca ricreativa reagisce con forza alla rinnovata minaccia di istituzione di una licenza onerosa per la pesca in mare.

Il provvedimento,  riesumato con lo scopo di intervenire sul regime sanzionatorio istituito dalla legge 154/2016,  contiene ancora la previsione della licenza onerosa e la destinazione dei relativi proventi per il 60% ad un fondo di sostegno per lo sviluppo delle imprese della pesca commerciale e lo scandalo maggiore è appunto quello della tassazione della pesca ricreativa per questa finalità.

La pesca commerciale è certamente interessata al vantaggio che gli potrebbe portare la norma sostenuta sia dalle Capitanerie di Porto, per la previsione di assegnazione di un 30% degli introiti, che in qualche misura dal mondo scientifico, che sembra fatichi ad ammettere la validità di una licenza gratuita come quella che già abbiamo e che è stata istituita proprio a fine di ricerca.

La minaccia della licenza onerosa produce molte prese di posizione che focalizzano il problema sulla  destinazione dei proventi: una licenza simile, alcuni sostengono, sarebbe maggiormente accettabile se gli stessi  fossero destinati alla  pesca ricreativa o comunque ad attività di controllo e di tutela ambientale invece che a finanziare  lo sviluppo delle attività dei professionisti.
Forse  condizionati dalla gestione della pesca in acque interne i pescatori ricreativi rischiano di sottovalutare il rischio di essere raggirati, ad esempio  con l’utilizzo di paragoni con le tasse regionali su pesca in acque interne, caccia o funghi, attività che però riguardano risorse sulle quali non opera o meglio, non domina, un vero comparto commerciale di tipo estrattivo come in mare.  

Considerando che la pesca ricreativa dovrebbe fare pienamente parte della programmazione dei finanziamenti al comparto pesca, accettare una logica di autofinanziamento da un sistema di autorizzazione a pagamento (licenza) può significare sottoscrivere un contratto di ghettizzazione e di subalternità, per una definitiva e strutturale separazione dal comparto.

In aggiunta si può considerare quanto accade in alcune Regioni per la pesca in acque interne con i proventi delle licenze iscritti nella contabilità generale e sottratti quindi al finanziamento della gestione. In questo senso una licenza onerosa per la pesca in mare potrebbe essere il cavallo di Troia attraverso il quale un milione di cittadini si vedono affibbiare una tassa per poi, quando se ne presentasse il bisogno (che non manca mai), vedere i proventi dirottati altrove.

La proposta di destinazione del 10% dei proventi alla “pesca sportiva” (da intendere verosimilmente come “ricreativa” ovvero non solo agonistica ) va con forza nella direzione della separazione del settore ricreativo dal comparto pesca e lo fa con un affidamento univoco che ha generato critiche e prese di posizione. L’attenzione all’aspetto economico sembra però aver distolto l’attenzione dalla formulazione del testo che in modo tanto perentorio quanto vago  sembra indicare la destinazione dei fondi come effetto dell’ affidamento al CONI, con un semplice tratto di penna (art. 22.4), della stessa gestione della pesca ricreativa, che si può così immaginare scaricata dallo Stato come un fardello meglio gestibile se esternalizzato.

Dalla critica non può infine sfuggire una questione di principio, perché la finalità commerciale della pesca è per definizione in second'ordine rispetto alla natura pubblica delle risorse della pesca che, in quanto tali, sono nella disponibilità della fruizione pubblica regolamentata, che è quella dei singoli cittadini, che il pesce hanno il diritto non solo di acquistarlo ma, prima ancora, ce l'hanno di pescarlo.  Il pesce è pubblico ma allo stesso “pubblico”, ovvero ai fruitori non commerciali, si vuole chiedere di pagare per la sua gestione, dalla quale però è concretamente escluso.
Verosimilmente, fino ad oggi, ai politici resta difficile capirlo ma, quando i cittadini il pesce se lo pescano, mediamente spendono di più e contribuiscono maggiormente all'economia della pesca, di quando lo acquistano dalla filiera commerciale.
Per chiudere sui principi, nella pesca marittima la licenza non è tanto “di pesca” quanto "di uso commerciale” delle risorse pubbliche, e tale deve restare.

Se giova ripeterlo, abbiamo già una licenza ricreativa “utile”, la Comunicazione obbligatoria gratuita, per la quale lo Stato si era impegnato a dar seguito ad una ricerca sulla pesca ricreativa marittima, un impegno che è coerente, necessario ed urgente chiedere che venga rispettato per quantificare lo sforzo di pesca, l'economia generata e il loro rapporto e per permettere una gestione informata.

Non solo non vogliamo una licenza fatta per finanziare la pesca commerciale ma non vogliamo nessuna altra licenza che non sia quella già in vigore, gratuita e strettamente legata ad un serio piano di ricerca, finanziato con le risorse a disposizione del comparto di cui facciamo parte e all'interno del quale riteniamo di rappresentare  un forte potenziale di sviluppo sostenibile.

Non vogliamo nessuna altra licenza e vogliamo che una eventuale nuova proposta non possa essere avanzata senza prima poter essere discussa con alla mano, oltre alle questioni di principio, i numeri derivanti dalla ricerca sul settore, che permettano di valutare correttamente tutti i fattori, per evitare, ad esempio, che per fare velocemente cassa a nostre spese, il settore e con esso tutto il comparto subiscano un danno economico invece che un vantaggio.

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