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Lunedì, 11 Luglio 2016 19:03

Alieni e futuro della pesca

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Sembra evidente che ci sia a lungo stata una grave sottovalutazione dei problemi legati alla introduzione nelle acque pubbliche di pesci alieni (alloctoni) e ci si ritrova oggi con l'allarme sollevato dalle decisioni istituzionali che confermano come la materia non sia di competenza regionale.

Dopo il caso del Veneto anche il Friuli, come evidentemente ogni altra Regione che vorrà chiederlo, vede negato il diritto a decidere quali specie ittiche immettere nelle proprie acque pubbliche. La decisione riguarda l'attribuzione di competenza in materia di immissione in natura delle diverse specie ittiche, con particolare riferimento a quelle alloctone, infatti la legge del Friuli è stata impugnata in sede di Conferenza Stato-Regioni da parte del Ministro per gli affari regionali Costa, in merito all'utilizzo di specie alloctone rilasciate in acque pubbliche per la pesca, decretandone di fatto l'immediato divieto.

Il problema dei pesci alloctoni è molto discusso da anni ma con una non completa coscienza o con una colpevole sottovalutazione dei possibili esiti nelle scelte politiche che dirigono la gestione ittica delle nostre acque interne. L'elemento più dirompente del problema è che non si tratta solo delle specie palesemente invasive, ad esempio del tanto discusso siluro o di altri pesci gatto esotici, ma anche di alcune specie molto popolari per la pesca e ben più “integrate” sebbene non autoctone, come la carpa o il persico trota, che da soli sostengono una grande fetta del settore ricreativo in acque interne.  E non è tutto, infatti tra le specie aliene di maggiore diffusione spicca la trota fario che è largamente usata per ripopolare tutte le acque della penisola, aumentando la pescosità, sostenendo l'attività agonistica, le riserve turistiche e ormai da molti decenni tutte le nostre acque da salmonidi.

L'antefatto è quello che forse in pochi ricorderanno, ad esempio nelle copertine delle riviste dove si leggevano titoli cubitali come “Finalmente Bremes e Gardons in Arno”. Pesci mai visti fortemente voluti dai pescatori che al tempo facevano gli esterofili dell'agonismo e che per decenni hanno chiesto ed ottenuto dalle amministrazioni locali che i soldi delle licenze di pesca andassero spesi nelle immissioni, tra le quali quelle del cosiddetto “pesce bianco misto”. Si trattava generalmente di un mix di specie di origine prevalentemente danubiana, ed era il segno della completa incoscienza che, nel tempo, ha contribuito in modo sostanziale alla diffusione in tutte le nostre acque di specie ittiche esotiche della più diversa provenienza, dotate di particolare rusticità e capaci di sottrarre spazio vitale ai pesci che invece si sono evoluti nei nostri fiumi. Il problema che ne deriva, ben più e prima di quello della pesca, è quello della biodiversità, ovvero della necessità di proteggere il patrimonio genetico sviluppatosi nei diversi bacini e che una volta perso o inquinato non sarà mai più recuperabile. Si tratta di un argomento ancora difficile da digerire per molti pescatori ricreativi che sono nati e cresciuti su un modello di gestione basato sulla introduzione di pesci finalizzati a permettere di ottenere dalla pesca di più di quello che gli stessi fiumi sono in grado di produrre naturalmente e possibilmente facendogli credere il contrario.

Avendo buoni contenitori (fiumi) è stato possibile aumentare la pescosità immettendo pesci e con essa instaurare un modello di fruizione che pur cambiando nel tempo ha continuato a rinviare la presentazione del conto e rischia ora di essere arrivato al capolinea e di essere costretto a rispondere delle sue stesse contraddizioni in modo traumatico ed improvviso. In più le nuove specie ittiche hanno procurato la nascita di specializzazioni, di nuovi ambiti tecnici, fino alla creazione di associazioni di pescatori in difesa di specie alloctone che coagulano un bacino di utenza cresciuto esponenzialmente proprio grazie alla loro invasività e quindi alla loro disponibilità in sostituzione di quelle autoctone. Il caso del siluro, al di là dei problemi di bracconaggio, evidenzia come, in una situazione di generale degrado della qualità delle acque per la pesca, un pesce che diventa particolarmente grande ha tutte e carte in regola per ridurre quello dell'alloctonia a problema da combattere anche usando quegli argomenti di pietismo animalista che altrove vengono vigorosamente contrastati dagli stessi pescatori. Alla fine ci si può accorgere che le specializzazioni tecniche che oggi in acque interne hanno il maggior seguito riguardano prevalentemente specie non autoctone, il siluro, il carp fishing, il bass fishing (persico trota) la trota in torrente (prevalentemente fario fuori areale) e localmente anche l'aspio, il lucioperca, i barbi alloctoni.

Il pericolo che adesso sembra incombente era preannunciato ma scomodo, tanto che non lo si è voluto considerare, incoraggiando le amministrazioni competenti a limitarsi a scrivere della necessità di contrastare l'invasione delle specie aliene senza operare efficacemente per contrastarla e ad andare contemporaneamente avanti nella politica delle immissioni, sorrette da documenti tecnici con tanto di firma dell'ittiologo a contratto in calce. 

Il sistema di gestione è talmente radicato che neanche la legge è stata sufficiente ad interrompere il trend che è stato sostenuto da tutte le parti perché conveniente. Ci siamo abituati alla programmazione sul breve periodo e in fila si sono messi tutti quanti, ovvero la parte associativa, quella commerciale e, non di meno, quella istituzionale e tecnica, cercando di ottenere il massimo possibile sul breve periodo, rimandando il problema al futuro o magari pensando che fosse possibile sfuggirgli per sempre.

Tutti i correttivi che avrebbero potuto evitare che si arrivasse ad un punto di rottura sono stati respinti perché scomodi, più costosi, più impegnativi, ma adesso sta diventando concreto e palese anche per gli scettici, il rischio che la pesca ricreativa si trovi a dover pagare sia il prezzo pieno che gli interessi accumulati per decenni, coinvolgendo insieme ai contesti effettivamente più problematici anche quelli che problematici non lo sono.

Recentemente in Spagna ci sono state manifestazioni con centinaia di migliaia di pescatori che sono scesi in piazza per protestare contro le decisioni prese dal governo che ha improvvisamente deciso di passare ai fatti prendendo misure drastiche per alcune specie ittiche molto popolari catalogate come aliene da eradicare. Non si parla di un altro mondo ma di un altro paese UE nel quale, per fare uno degli esempi più evidenti, la carpa è un pesce non autoctono, esattamente come da noi. La carpa, per inciso, è un caso particolare per il quale si spera che possa intervenire una decisione a favore della accettazione delle specie introdotte in tempi storici e quindi presenti da secoli nei nostri fiumi, definendole “para-autoctone”, ma resta un caso isolato rispetto alle ormai numerose specie alloctone di interesse per la pesca.
Fatto sta che nel corso di pochi decenni siamo passati, per vari motivi certo, da una pesca molto partecipata basata sulle specie autoctone, ad una in grave crisi basata prevalentemente sulle specie alloctone tanto che adesso sembriamo finanche costretti a difenderle per salvare la pesca.

Da noi sapevamo da tempo che ci sono areali nei quali la trota era e deve essere la marmorata ed altri nei quali era e deve essere una qualche forma dei ceppi mediterranei. Sapevamo del persico trota ed era scontato quello che sarebbe venuto dai pesci gatto esotici. Sapevamo che si doveva discutere seriamente della carpa. Sapevamo che i grandi migratori diadromi (cheppia, lampreda, storione, anguilla) sono una priorità ambientale. Lo sapevamo ma dovevamo massimizzare gli aspetti di consumo nell'immediato, vendere attrezzature, fare gare, emettere permessi, non meno di quelli ludici, fare filosofia, selfie e grigliate. Lo sapevamo ma adesso oltre a doverci confrontare con uno spaventoso fenomeno di bracconaggio che, incredibile, è riuscito ad arrivare fino ai telegiornali delle reti RAI, dobbiamo correre ai ripari per non creare una frattura in un contesto che già sta vivendo una profonda crisi.

Per tutte le specie non autoctone non è quindi fantasia che anche da noi possa essere perseguita in modo indifferenziato l'eradicazione, vietando logicamente anche il rilascio e imponendo per giunta lo smaltimento a norma delle carcasse. Anche dove l'eradicazione sia tecnicamente impossibile si rischia che a pagare le conseguenze della sua programmazione, senza che se ne ottengano risultati concreti, siano solo le attività di pesca ricreativa e che il contesto venga sfruttato dalla pesca commerciale introducendo un ulteriore problema piuttosto che una soluzione.

Se l'associazionismo è riuscito ad impegnare le istituzioni a “valutare l'opportunità di mitigare” il divieto previsto dalla legge 357/1997 sulla introduzione di fauna ittica non autoctona nelle acque pubbliche, la materia resta comunque aperta a sviluppi fortemente problematici per la pesca ricreativa. Come evidente dal testo approvato in Senato, una eventuale mitigazione riguarderà solamente la trota e d'altra parte la difesa dell'economia del settore non sembra essere un argomento sufficiente senza aggiungere quello della riduzione della pressione di pesca sulle specie autoctone attraverso l'utilizzo di altre non autoctone sulle quali concentrare lo sforzo di pesca.

Una evoluzione del dibattito che se andrà a buon fine dovrebbe quindi essere considerata come una semplice proroga da utilizzare per correggere il sistema di gestione attraverso un percorso di adeguamento senza il quale resta concreto il rischio di svolte improvvise e drastiche ai nostri danni.

In sintesi i pescatori e le loro organizzazioni, le amministrazioni competenti per territorio e i tecnici specialisti devono agire in modo coordinato invece di ostinarsi a frenare un corso che rischia di creare fratture improvvise e traumatiche.

Ci sarà un prezzo da pagare, certo, ma l'alternativa rischia di essere solo quella di rimandarlo trovandoci sopra anche una pesantissima mora.

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