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Mercoledì, 14 Gennaio 2015 00:00

Ricerca o pregiudizio?

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Uno studio “Biological and Ecological Impacts Derived from Recreational Fishing in Mediterranean Coastal Areas(TONI FONT and JOSEP LLORET - Department of Environmental Sciences, University of Girona, Campus Montilivi, Girona, Catalonia, Spain)  torna a far parlare di gestione della pesca ricreativa nel Mediterraneo.
La ricerca solleva particolare interesse vista la rarità di studi riguardanti la pesca ricreativa nei nostri mari  ma si limita a contesti e finalità precisi e specificamente 
a definire e confrontare l'impatto biologico dei diversi metodi di pesca ricreativa sulle risorse marine, in particolare su quelle più vulnerabili e su quelle incluse in programmi o convenzioni internazionali, e di descrivere l'impatto ecologico di alcuni aspetti della pesca ricreativa come l’uso di esche naturali “esotiche” o l'abbandono di rifiuti.
 
La distribuzione geografica dei casi considerati, 24 in tutto, riguarda soprattutto la costa della Francia, della Spagna, con alcuni casi in Liguria, un caso nel sud Italia e uno in Turchia, ma soprattutto occorre evidenziare che il contesto è quello delle Aree Marine Protette (AMP) che hanno fornito i dati analizzati in questa ricerca. La tendenza a ricavarne indicazioni generali per la pesca ricreativa nel Mediterraneo soffre quindi il vizio del fatto che il grosso delle informazioni utilizzate viene da studi non pubblicati forniti dagli amministratori di Aree Marine Protette . Una limitatezza di ambito che riguarda non solo il modello di gestione ma anche le caratteristiche morfologiche della costa dalle quali dipende direttamente anche la composizione dei carnieri che è alla base delle valutazioni di impatto a cui è finalizzato lo studio.
 
La pesca ricreativa viene considerata nella distinzione tra pesca dalla barca, da terra o subacquea e vengono forniti dati sulla composizione e quantità delle catture a conferma di  alcune evidenze  come il fatto che la pesca dalla barca, che ha accesso a tutte le acque costiere, cattura di più e più specie di quella da terra che opera in una stretta striscia di mare a contatto con la riva, oppure che la pesca subacquea è più selettiva perché può evitare le catture indesiderate ma tende a ricercare i pesci più grandi. 
 
La nota di partenza è che “il livello di biomassa rimossa (dalla pesca ricreativa) in molte aree del Mediterraneo è considerevole, specialmente quando confrontata con la pesca artigianale, confermando così la serietà dell'impatto sulle risorse marine causato dalla pesca ricreativa”. 
Una impostazione chiaramente politica che sembra considerare a priori un diritto di prelazione commerciale sulle risorse.  Abbiamo due settori di cui uno (quello commerciale) ha un impatto molto maggiore dell'altro (quello ricreativo) ma si indica quello minore come considerevole piuttosto che come inferiore. Anche se vengono confrontati i settori e presentati valori percentuali di riferimento,  la valutazione sintetica dell'impatto della pesca ricreativa viene quindi  affidata ad un termine con una chiara connotazione negativa.
Non guasta ricordare che la pesca artigianale non è obbligata per legge a registrare gli sbarchi fino ad un peso di 50 kg, rendendo di fatto impossibile una valutazione di impatto su molti degli stock ittici costieri come anche sulle specie vulnerabili.
 
La cosa che più risalta nello studio è proprio la sottolineatura del rapporto tra i volumi di cattura della pesca artigianale e di quella ricreativa. Il mancato riferimento alle rispettive economie (valore socio economico) rende questa impostazione evidentemente pretestuosa. La sottolineatura va automaticamente al fatto che la pesca ricreativa cattura molto anche se quella commerciale cattura molto di più. In generale l'economia della pesca ricreativa ha valori confrontabili con quella della pesca commerciale ma con un consumo di risorse molto minore, eppure la tesi che passa dalle AMP e dai ricercatori resta che la pesca ricreativa cattura tanto ovvero ha un forte impatto negativo mentre la pesca commerciale, che cattura molto di più ed ha quindi un impatto molto maggiore, sembra essere data per scontata come destinazione di uso naturale e prioritaria. Le catture della pesca ricreativa finiscono quindi facilmente per essere considerate come risorse sottratte sia all'ambiete che soprattutto all'utilizzo commerciale e perciò sprecate. Certo lo studio non dice esplicitamente niente del genere ma sembra rimandare proprio a questo, sostenendo una impostazione che parte da fini di conservazione ma che risulta funzionale al sostegno della pesca commerciale attraverso l'accento prevalente sulla rimozione di biomassa operato dalla pesca ricreativa.
 
La vulnerabilità delle risorse è considerata in riferimento allo status delle specie e l'elenco di specie comprende quelle definite di “Least Concern” (Minore Preoccupazione) nella lista della Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Queste specie sono quelle che vengono considerate le meno a rischio perché diffuse ed abbondanti e lo studio infatti specifica che se le si esclude dal calcolo, le specie vulnerabili pescate diventano pochissime. Dal punto di vista del pescatore ricreativo questa impostazione resta comunque parziale e ambigua perché lo status della specie è interessante, ma ai fini della gestione lo è molto di più quello degli stock locali. Infatti in molte aree del Mediterraneo è evidente che specie teoricamente meno vulnerabili hanno stock locali gravemente impoveriti e questo influisce in modo sostanziale anche sulla composizione dei carnieri dei pescatori, nei quali, per questo motivo,  possono prevalere altre specie, così come influisce sulle tecniche di pesca, che vengono adattate a seconda delle specie più abbondantemente presenti. La crisi non registrata di uno stock locale di una specie pregiata, riducendo la sua presenza tra le catture dei pescatori, può portare così a considerare quella specie meno interessante per la pesca e meno urgente da tutelare  rispetto a specie di minore pregio che si trovano però più comunemente nel carniere ricreativo perché più abbondanti. 
 
Nei carnieri ricreativi si riporta ad esempio una netta prevalenza di due specie, la Perchia (Serranus cabrilla) e la Donzella (Coris julis), che nella cultura di molta pesca ricreativa sono specie minori di basso pregio, catturate comunemente per mancanza di specie di maggiore pregio e comunque strettamente legate a determinati tipi di costa ed a determinate tecniche di pesca. L'evidente parzialità di questi dati di composizione del carniere, che sarebbero ad esempio molto diversi in zone di litorale sabbioso, suggerisce come la stessa parzialità possa estendersi alla loro analisi. In altre parole, calcolare la biomassa (ovvero la quantità di pesci)  sottratta dalla pesca ricreativa sulla base di carnieri composti per la metà da perchie e donzelle non può che dare risultati inconsistenti e limitati ai casi specifici che dovrebbero essere studiati in modo più approfondito e come parte di una ricerca di ambito meno limitato. Il confronto della biomassa sottratta al mare togliendo dal calcolo queste due sole specie, meno comuni in ambienti diversi,  risulterebbe mediamente la metà di quanto riportato cambiando perciò radicalmente i riferimenti  in senso di impatto sia ambientale che economico e suggerendo chiaramente  che le caratteristiche locali delle zone di pesca possano proporre scenari molto diversi da quelli considerati. 
 
Lo studio non tiene conto della pesca di sussistenza annotando che se lo facesse l'impatto della pesca ricreativa sarebbe molto maggiore. La pesca di sussistenza viene definita in relazione al solo fine, escludendo la possibilità di commercio del pescato,  ovvero ai fini dello studio  viene considerata tale se il pescatore pesca esclusivamente per ‘procacciare’ cibo e non per il piacere di pescare coronato eventualmente dal consumo in ambito familiare di quanto catturato .  Se ai fini della gestione il rispetto del regolamento definisce la pesca ricreativa, il fine alimentare vi è pienamente integrato e non si capisce come si possa distinguere un pesce consumato in famiglia preso per “piacere” da uno preso per “dovere” per  consumarlo in famiglia. Le due finalità non sono sempre separate e la loro prevalenza dipende spesso dal contesto socio economico del pescatore .
 
Lo studio analizza dati su alcune altre possibili cause di impatto ambientale legate alla pesca ricreativa ed in particolare alla scarsa diffusione del Catch & Release, alla inadeguatezza delle misure minime che solo in pochi casi corrispondono  a quelle di maturità riproduttiva dei pesci, alla necessità di tutelare i grandi riproduttori, all'abbandono di rifiuti, alla diffusione delle esche naturali esotiche ed alla raccolta delle esche naturali fino ai possibili danni provocati dai pescatori da terra a causa del calpestio della riva e sembra, in questo caso, evidente un pregiudizio negativo dal momento che in generale il passaggio a piedi sulla riva del mare è dovuto ai pescatori in modo molto marginale rispetto ad altre attività.
 
Degno di nota anche il riferimento alla necessità di ulteriori studi per valutare come la bravura del pescatore influisca sulla composizione e consistenza del carniere e che questo fattore può essere più significativo per la pesca ricreativa che per quella commerciale. A parte la inconsistenza di eventuali parametri di bravura dei pescatori a seconda della tecnica utilizzata in relazione all'impatto ambientale, visto anche il legame con le AMP, si sarebbe potuto pensare (in un ambito di ricerca evoluto) di veder considerato come il carniere sia influenzato piuttosto da altri fattori, ad esempio dalla “cultura” del pescatore, dal suo livello di partecipazione, dall'informazione che gli viene destinata. Poter dimostrare che al crescere della bravura del pescatore cresce l'impatto sembra ai ricercatori più interessante che sapere che al crescere della cultura del pescatore diminuisce l'impatto. Se diverse impostazioni rimandano alla fine a diverse risposte di gestione, sembra quindi che lo studio indichi un fattore tecnico (la perizia tecnica ) rimandando verosimilmente a risposte di semplice restrizione mentre crediamo che il contesto delle AMP avrebbe piuttosto dovuto favorire l'indicazione un fattore culturale rimandando anche e soprattutto ad un approccio partecipativo.
 
In sintesi lo studio conferma una impostazione dominata dalla cultura della pesca commerciale che insiste anche quando si tratti di AMP a  non fare confronti sui valori economici e sul potenziale di sviluppo sostenibile valutando al contrario la pesca ricreativa con uno sguardo limitato a riscontri puntuali e privo di conoscenza diretta del settore. 
 
 
 
Fotografia per cortesia della pagina Facebook "I-Bad Fishing Jonio-Tirreno"
 
 
 
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