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Mercoledì, 24 Settembre 2014 00:00

Pesca ricreativa a nove zeri

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Com'è che nessuno si accorge che c'è in ballo un miliardo di euro?

La licenza per la pesca ricreativa in mare sembra diventato un chiodo fisso dei pescatori professionisti che riescono periodicamente a farla riproporre dal politico di turno.

Passi o non passi, l'idea di imporre una tassa per la pesca non commerciale oltre che concettualmente inaccettabile è sbagliata e intempestiva dal punto di vista economico. Ignari o incuranti dei fatti, i gestori e chi li influenza provano banalmente a spremere pochi milioni di euro da un settore al quale viene di fatto impedito di aumentare drasticamente il proprio contributo all'economia del settore pesca, misurabile in centinaia di milioni.

Ma nessuno sembra accorgersene e forse qualcuno che se ne accorge ha interesse a non farlo sapere troppo in giro. La licenza per la pesca ricreativa in mare è una tassa pensata come indennizzo da parte dei pescatori ricreativi per i pesci sottratti allo sfruttamento commerciale. Ci si sta scordando però che le risorse della pesca sono pubbliche e vengono concesse allo sfruttamento commerciale, non viceversa. Sembra che la crisi del settore della pesca commerciale che ha sovra sfruttato per decenni tutti gli stock ittici del Mediterraneo, con il sostegno dei finanziamenti pubblici, abbia adesso bisogno anche dei nostri 10 euro all'anno per non smettere di metterci le reti davanti alle foci dove i pesci che rimangono non bastano più neanche a pagare il gasolio a prezzo agevolato.

 

La maggiore differenza tra la pesca commerciale e quella ricreativa è il fattore economico.

I pescatori professionisti – si dice - devono camparci, ci sono in ballo posti di lavoro e reddito di molte famiglie mentre quelli ricreativi lo fanno per divertimento.

In base a questo ragionamento, se qualcosa si deve sacrificare non è difficile scegliere, ma il ragionamento non è completo perché anche la pesca ricreativa genera economia, reddito e posti di lavoro. Si parla generalmente di “indotto”, un modo per mantenere una scala gerarchica che sembra rifiutare di accettare che in entrambi i casi si tratta di risorse economiche legate direttamente alla fruizione delle risorse della pesca e quindi alla disponibilità di pesci e alle condizioni di accesso alla pesca. La pesca commerciale produce reddito vendendo i pesci mentre i pescatori ricreativi lo fanno spendendo per andare a pesca. La pesca commerciale è finalizzata alla cattura e vendita dei pesci, quella ricreativa è finalizzata invece allo svolgimento dell'attività e al consumo alimentare diretto dei pesci catturati. Più pesci si vendono più soldi si generano, ma per il consumo alimentare diretto è più facile regolare lo sforzo di pesca attraverso i regolamenti. Da una parte i pescatori ricreativi possono per regolamento prendere pochi pesci ma dall'altra sono tanti, quindi non deve essere sottovalutato lo sforzo complessivo di pesca ricreativa, ma la cosa importante è che la resa economica del settore non dipende dalla quantità di pesci tolti dal mare ma dalla quantità di pesci presenti in mare. In altre parole la pesca ricreativa, per sua natura, può aumentare il reddito prodotto diminuendo lo sforzo di pesca, favorendo l'accesso alle risorse e allo stesso tempo diminuendo il loro prelievo. In generale il bilanciamento ottimale per la pesca commerciale è quello che consente di massimizzare le catture senza ridurre la capacità produttiva degli stock ittici mentre per la pesca ricreativa le condizioni ottimali sono quelle nelle quali c'è abbondanza di pesci prelevabili ma questi pesci vengono prelevati solo in minima parte restando in acqua a garantire condizioni di maggiore pescosità della zona. Una pescosità abbastanza elevata da rendere veramente pregiata una zona di pesca per le tecniche di pesca ricreativa non può che sembrare uno spreco alla pesca commerciale, pesci “sprecati” che potrebbero essere venduti producendo però un reddito decisamente inferiore rispetto al reddito generato dal loro rimanere in acqua a rendere pregiata la zona di pesca per le tecniche ricreative. Gli spazi per ottimizzare entrambi i settori ci sono e passano principalmente per la pianificazione spaziale della gestione e per un vero contrasto alla pesca illegale ma, di fatto, la pesca commerciale sembra voglia evitare il rischio di minare la sua assoluta prelazione su tutte le risorse e tutte le zone di pesca anche quando questo non sia economicamente conveniente.

Per calcolare l'economia della pesca ricreativa vengono considerati i soldi spesi dai pescatori.

Per farlo servono delle ricerche statistiche che possono avere diversi gradi di accuratezza, risultare tanto da estrapolazioni di dati che da ricerca diretta. I risultati danno dei valori medi molto utili a leggere lo stato del settore ma confrontando alcuni dati di contesto sia nazionale che europeo ci si accorge, oltre che della povertà di informazioni per l'Italia, di grandi differenze tra le diverse valutazioni. Trattandosi di cifre a nove zeri, la misura di tali differenze non può essere ignorata, non solo per l'economia di settore ma per quella nazionale.

Il contrasto più stridente possiamo trovarlo confrontando i dati della ricerca inglese Sea Angling 2012 con quelli estrapolati in Italia nello stesso anno attraverso le informazioni raccolte con la Comunicazione obbligatoria per la pesca ricreativa in mare.

La ricerca d'oltremanica indica la spesa annua di un pescatore ricreativo nel Regno Unito in circa 1700 euro. Specificamente viene riportato che l'economia riferibile ai pescatori residenti corrisponde a circa 1.5 miliardi di euro pari a circa un miliardo di spese dirette escluse le importazioni e le imposte. Ciò sostiene oltre diecimila posti di lavoro ed un valore aggiunto di oltre 400 milioni di euro. L'impatto economico totale una volta considerati anche gli effetti indotti ed indiretti, è stato calcolato in circa 2,5 miliardi di euro, in più di ventimila posti di lavoro a tempo pieno equivalenti e in oltre un miliardo di euro di valore aggiunto lordo. I pescatori ricreativi in mare in Inghilterra sono circa quanti quelli italiani, intorno al milione di unità.

In Italia l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ISPRA ha valutato  il peso economico del settore partendo dai dati raccolti con la Comunicazione obbligatoria per la pesca ricreativa in mare , applicando un valore di spesa annua pro capite ricavato da uno studio della stessa ISPRA riguardante la zona della Sacca di Goro in Emilia Romagna .

La spesa annua a pescatore viene indicata in 300 euro con un divario rispetto alla ricerca inglese che, anche tenendo genericamente conto delle differenze socio economiche e culturali tra i due paesi, appare troppo marcato.

Da questo valore unitario ISPRA calcola il volume di affari complessivo generato da circa ottocentomila pescatori in circa 241 milioni di euro.

Questo dato non si discosta molto da quelli precedentemente ottenuti dalla Federazione Italiana Produttori Operatori Articoli Pesca Sportiva (FIPO) con uno studio commissionato alla Nielsen ( ACNielsen Cps Panel Survey) che indicava una spesa annua pro capite di 280 euro e un bacino complessivo di utenza tra mare ed acque interne di 1 milione e 250 mila pescatori ricreativi per un volume di affari complessivo di 350 milioni di euro annui. Lo stesso studio indicava 15 mila posti di lavoro generati dal settore. Se anche c'è una divario consistente tra le due valutazioni, esse restano simili se confrontate con i dati inglesi.

Mettere in preciso rapporto i dati inglesi con queste valutazioni italiane richiederebbe una analisi approfondita ma è comunque evidente che si tratta di un divario dell'ordine del miliardo di euro all'anno. Una tale cifra può riflettere un divario socio culturale ed economico ma suggerisce la necessità di una analisi mirata dei diversi ambiti tecnici e delle diverse aree geografiche italiane. Questo è vero soprattutto a causa del fatto che determinati ambiti di pesca ricreativa non differiscono, a livello di spesa, tra le diverse realtà nazionali europee come riscontrabile anche dalla crescente domanda del turismo italiano della pesca ricreativa per mete estere sia in Europa che in altri continenti. Ciò dimostra una alta propensione alla spesa condizionata essenzialmente dal livello di pescosità delle zone di pesca, proponendo come possibile e non secondaria causa della differenza economica evidenziata il diverso modello di gestione e la diversa disponibilità di opportunità di pesca da esso generate. Non di meno una differenza così netta lascia un dubbio sulla affidabilità dei dati citati per il nostro paese e rende evidente la necessità di studiare con maggiore accuratezza la nostra situazione nazionale.

 

Se quindi l'Inghilterra ha una migliore situazione economica ed una diversa cultura della pesca ricreativa rispetto al nostro paese e se anche si volesse supporre un divario netto, le unità di misura per la valutazione economica della pesca ricreativa in Italia restano comunque le centinaia di milioni di euro, il che costituisce un argomento economico decisamente rilevante per l'intera economia nazionale della pesca.

Il livello di aggregazione e di qualità dei dati italiani è tale da poter fornire uno scarso margine di approfondimento senza ulteriori ricerche sulle caratteristiche e sulla distribuzione delle attività di pesca ricreativa. Se i dati inglesi derivano da uno studio accurato la valutazione italiana è stata invece fatta, nel caso di ISPRA, come estrapolazione di dati senza ricerca sul campo e senza quindi riscontro oggettivo e nel caso di Nielsen come commissione di un portatore di interessi finalizzata alla valutazione complessiva ma non analitica del settore se non nei suoi aspetti demografici. Questo suggerisce che la pesca ricreativa in Italia, sia complessivamente che in particolare per alcuni ampi ambiti tecnici e per alcune zone di pesca, possa generare valori economici ben maggiori di quelli indicati dalle valutazioni disponibili e che per questo dovrebbe essere considerata una importante risorsa da valorizzare e della quale sfruttare il forte potenziale di crescita.

Per fornire un riferimento grezzo al confronto tra economia della pesca commerciale e della pesca ricreativa in mare in Italia, si può far riferimento al Check up ittico 2013 dell'Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare ISMEA che quantifica la produzione ittica annua in Italia, esclusa l'acquacoltura, in 936 milioni di euro e al Compendio Statistico del Settore Ittico ISMEA che la valuta in un miliardo e 466 milioni. Non importa qui andare a vedere le diverse voci considerate nelle diverse valutazioni perché basta avere una idea dell'ordine di grandezza per riscontrare quanto l'economia della pesca ricreativa, che non è considerata in queste valutazioni, sia significativa per l'intero comparto. Dal punto di vista occupazionale i dati Nielsen-Fipo indicano 15 mila posti di lavoro legati alla pesca ricreativa ed anche in questo caso si tratta di una consistenza niente affatto marginale rispetto a quella totale del settore della pesca commerciale che viene indicata da varie fonti statistiche ( vedi 1 - vedi 2 ) tra i 20 e i 50 mila.

In Italia, la pesca ricreativa in mare continua ciò nonostante ad essere considerata in relazione ai costi gestionali che le si associano piuttosto che all'economia che genera come testimonia la ricorrenza della proposta di istituzione della licenza, finalizzata al reperimento di risorse per la gestione e per i controlli. Sono state ipotizzate cifre basse, ad esempio 10 euro all'anno che per un milione di pescatori fa 10 milioni di euro ed è palese il peso minimale di una simile cifra rispetto alle valutazioni economiche italiana e soprattutto inglese.

Ciò è tanto più significativo nella misura in cui lo stato delle nostre risorse della pesca e della loro attuale gestione generano una consistente depressione delle attività di pesca ricreativa e non viene efficacemente contrastata la pesca illegale. La gestione mirata della pesca ricreativa e delle risorse che la sostengono ha per questo un enorme potenziale di crescita ma se consideriamo un miliardo di euro come cifra di riferimento del settore, l'ipotetico gettito di una licenza nazionale per la pesca non commerciale in mare corrisponderebbe ad un mero 1% ovvero ad un fattore di crescita economica inconsistente che rischierebbe al contrario di introdurre un ulteriore elemento depressivo capace non solo di annullare il vantaggio della tassa ma anche di generare una perdita economica di dimensioni ben maggiori.

Tecnicamente, nella situazione attuale, questo tipo di licenza di pesca sembra poter corrispondere concettualmente ad una sorta di indennizzo per le risorse ittiche sottratte allo sfruttamento commerciale. Una licenza che confermerebbe il diritto di prelazione, se non la proprietà delle risorse ittiche, da parte dei pescatori commerciali in barba alla natura pubblica delle risorse stesse. Una tassa i cui proventi sarebbero utilizzati per aumentare la già imponente mole di denaro pubblico destinato al settore commerciale, ovvero a finalità diametralmente opposte a quelle necessarie alla pesca ricreativa. Rischiamo insomma che ci venga imposta una tassa finalizzata a far peggiorare ulteriormente la nostra pesca.

 

L'amministrazione di un comparto economico di questo ordine di grandezza mette in una diversa prospettiva le necessità tecniche della gestione a partire dal sistema dei controlli per il contrasto alla pesca illegale. Il potenziale di crescita economica e di gettito fiscale della pesca ricreativa in mare suggerisce la necessità di realizzare investimenti in ricerca, pianificazione gestionale che integri correttamente la pesca ricreativa nel contesto del settore pesca e implementazione dei regimi di gestione. L'aspetto economico della pesca ricreativa in mare deve essere valorizzato a beneficio dell'economia nazionale attraverso la gestione. Dalle misure tecniche di valorizzazione adottabili in relazione alla pesca ricreativa dipende la maggiore opportunità di crescita economica del settore pesca a livello nazionale.

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